Prof. Alessandro Romelli, Campo Scuola Sabaudia – 2012

Quando vedo all’opera gli educatori del Kamaleonte intuisco che al primo posto non vengono per loro le cose da fare, ma i ragazzi che tu porti e che per tutta la durata dell’esperienza saranno il centro della loro attenzione. Questo non è poco. E agli studenti questa cosa arriva!

Avevo già partecipato come animatore ad alcune esperienze estive per ragazzi messe in campo da “Il Kamaleonte”. Questa però è stata la mia prima volta nei panni di docente /accompagnatore. Portavo infatti con me un gruppo di undici ragazzi di terza superiore, indirizzo tecnico commerciale. Questo mi ha permesso di osservare la proposta da un’altra angolazione, avendo cioè sullo sfondo la mia quotidiana esperienza nelle aule di scuola. E di osservare come i ragazzi, visti sempre e solo dietro un banco, reagivano al percorso.

Ecco, alla luce di tutto questo segnalo alcuni punti di forza per me decisamente significativi.

Quando vedo all’opera gli educatori del Kamaleonte intuisco che al primo posto non vengono per loro le cose da fare, ma i ragazzi che tu porti e che per tutta la durata dell’esperienza saranno il centro della loro attenzione. Questo non è poco. E agli studenti questa cosa arriva! E’ un po’ la differenza che passa fra l’essere animatore di un villaggio turistico e l’essere educatore. Cambia il baricentro. Per questo Sabaudia, a parità di divertimento, è molto più di un parco avventura!

Ovviamente questo lo vedi nella cura per l’organizzazione, nell’attenzione ai dettagli. Come far trovare la musica in sala quando i ragazzi arrivano per una riunione o per lavorare ad un’attività; oppure offrirgli la possibilità di muoversi fra parco, lago e mare in bicicletta anziché sull’autobus o nelle solite macchine. In questo modo vedono molto di più, sentono il sapore dell’aria, scoprono ad esempio di avere un corpo (non è un paradosso) e imparano ad ascoltarlo. Ma è anche l’attenzione che i formatori del Kamaleonte mettono per imparare da subito il nome dei ragazzi e quindi chiamarli per nome fin dal primo giorno. Intenderli nella loro individualità, non solo come “classe” o “gruppo”. Meno che meno come il cliente di questa settimana. E’ costruire relazione, dialogo e soprattutto ascolto. Perché in qualche modo, più o meno consapevolmente, i ragazzi cominciano a tirar fuori il loro mondo, le loro storie, le loro emozioni. Cosa che non sempre avviene a scuola. I ragazzi sono stimolati a mettersi in gioco e nulla più del gioco dà la possibilità di parlare di sé, soprattutto se dall’altra parte c’è qualcuno che ti dà una mano a trovare il filo che lega le cose che racconti. Infine, la cura sta anche nel proporre di mettersi sempre in cerchio quando si parla, così che tutti ci possiamo guardare negli occhi, senza barriere di difesa o di attacco e con pari dignità/responsabilità.

Altra cosa che apprezzo molto è l’idea che la formazione come la vivi a Sabaudia non è per i ragazzi ricezione passiva di contenuti, ma cammino bello e insieme “tosto” verso la propria autonomia. Come dire: io educatore ti faccio fare delle cose perché tu apprenda anzitutto che le puoi fare – e fare tue – e quindi che puoi essere. Essere te stesso, conoscendoti, con la consapevolezza dei tuoi limiti e al tempo stesso delle tue capacità e caratteristiche. Posto nella relazione con gli altri e con l’ambiente. Perché l’autonomia non è indifferenza al resto del mondo! Ma sei tu che devi piano piano imparare come essere condottiero della tua vita. Attraverso i tuoi comportamenti. Per questo gli educatori si propongono come facilitatori e non come protagonisti. Ti danno strumenti, non ricette. Protagonisti del campo scuola sono i ragazzi, sono gli studenti. Tant’è che anche il programma delle attività passa talvolta attraverso le loro decisioni. Facendo sperimentare loro tutta la fatica ma anche l’ebbrezza di fare delle scelte per sé e con gli altri. E anche questo non è poi così scontato. Soprattutto in un contesto sociale e culturale come il nostro nel quale i ragazzi sono spesso chiamati in causa come strumenti di mercato o di opinione. Al servizio di un sistema e non come protagonisti di cammini di scoperta, di conquista e di cambiamento.

Altro tema: che bella un’esperienza in cui si impara attraverso il coinvolgimento del corpo! Il grande sconosciuto dei nostri percorsi scolastici di apprendimento! Corpo che cominci a sentire camminando, remando, pedalando, respirando a ritmi diversi da quello di tutti giorni e che infatti nemmeno ricordi. Quanto ci sarebbe bisogno di rimettere al centro dell’attenzione scolastica il corpo, il nostro corpo che vive, che parla, che sente, ma il cui linguaggio spesso ignoriamo restando vittime o dell’assoluto degli impulsi o di una descrizione pseudo-scientifica a volte troppo distaccata, altre volte sfacciata. Come se un albero fosse solo tronco e rami e non anche radici e orizzonti. O ancora, corpo che ormai sperimentiamo solo nelle dita con cui digitiamo su una tastiera. A Sabaudia i ragazzi imparano a fare i conti col proprio corpo, che è emozione, che è stanchezza, che è festa, che è contatto con gli altri e con le cose, coi colori, coi sapori. Che è possibilità. Che è scoprire di poter arrivare in cima a una montagna anche se non lo si è mai fatto nei primi 17 o 18 anni di vita. E sentire che è bello, così come è bello il mondo visto coi propri occhi e non sempre e solo sulle slide dei power point.

E qui si aprirebbe tutto il fronte del rapporto fra emozioni e apprendimento, o il capitolo sull’intelligenza emotiva. Che non è smettere di essere seri per diventare tutti “figli dei fiori”, ma è capire come rendere virtuoso quel circolo che nei fatti già unisce sentire e pensare; mai l’uno senza l’altro. Come abbiamo sperimentato quando al termine di ogni sfida abbiamo sempre fatto una sosta per ragionare insieme sull’andamento della prova, per ascoltarci e per fare tesoro dell’esperienza. Altrimenti scivola via.

Aggiungo una nota. Arrivare in cima al Picco di Circe, come anche il misurarsi con le altre sfide che il campo scuola propone, significa dare ai ragazzi anche la possibilità di toccare con mano che ce la possono fare. Non è lo stesso sapere come raggiungere un obiettivo e raggiungerlo davvero. La scuola è un’esperienza cruciale ma a volte patisce il difetto che la vita contemporanea porta con sé: quello di essere spesso virtuale; come anche le persone ormai possono diventare solo virtuali e quindi delle proiezioni. Invece vedere i ragazzi muoversi, misurarsi, scoprire, fare insieme (fa un certo effetto ad esempio sentirli dire che dopo tre anni in classe insieme solo ora hanno scoperto alcuni compagni fino ad ora rimasti bloccati nella loro etichetta di “ragazzo timido”, “silenzioso” ecc.) capire provando … sembra al vederli che dia loro tutta un’altra prospettiva e forse anche una voglia diversa. Una fiducia diversa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...